Laura Fatini / Valentina Bischi – QUIN

Mercoledì 7 Agosto ore 23:30 – Tensostruttura San Francesco

 

di Laura Fatini  Valentina Bischi,
con Valentina Bischi 

scene Katrin Schoess
assistente Ludovico Cosner

produzione Nuova Accademia degli Arrischianti 

 

Cosa rappresenta la bellezza per una donna? Un’opportunità, una risorsa, un peso da sopportare e curare, una gabbia? Per Quin la bellezza è innanzitutto emancipazione: un modo per andarsene dal quel paese dove tutto è vicino, e sognare una vita in cui quella coroncina da Miss che le hanno appena messo sulla testa rimanga il più a lungo possibile. Per la Marciainfa, la matta del paese, la bellezza è un velo che copre gli occhi di chi guarda e chi è guardato. Un volta caduto, non ci si riconosce più, e ci si sente spaesati. Lo sa bene lei, che bella è stata, e cerca anche di dirlo a Quin, ma una reginetta di bellezza non può capire cosa dice la vecchiaia. Per la mamma di Quin, la bellezza è fonte di preoccupazione: “Durerà?” si chiede, facendo arrabbiare e scappare la ragazza. Per l’agente di Quin la bellezza è un lavoro, ed un lavoro lo è anche per il protettore di Quin: solo i soldi cambiano, per il resto “sei come tutte le altre, due gambe, due braccia, tre buchi, questo siete, nient’altro”. Per la compagna di cella di Quin la bellezza è riscatto, voglia di esistere, essere visibili, anche in carcere: “volete rendermi invisibile? Bene, invisibile non sono, e se possibile vorrei anche essere bella.” Quin è la storia delle tante bellezze che sperimenta una donna, e del modo di sopravvivere a tutte.

 

Il progetto

«Mi capitò un giorno tra le mani un librettino dal titolo curioso, Ricci limoni e caffettiere (ed. L’Asino): era il risultato finale di un lavoro effettuato da un’associazione culturale all’interno della Casa Circondariale di Rebibbia. Lì si raccoglievano testimonianze delle carcerate sul loro modo di abitare la cella e il carcere: un libretto di espedienti casarecci su come cucinare un ciambellone in cella ricavando un forno da una sedia e un fornello, e su come allisciarsi i capelli usando due caffettiere bollenti. Una lettura divertente, sulle prime. Se non per il fatto che alla fine ci si chiede “Perchè la donna ha bisogno di cucinare un ciambellone in carcere? Perchè non si rassegna a mangiare ciò che le danno? E perchè e per chi allisciarsi i capelli?” Queste domande mi hanno portato a riflettere sul modo che ha la donna di abitare- che non è semplice vivere- la cella: la donna modifica e adatta il luogo dove vive, lo cura, per sentirsi viva. E ciò vale anche per il proprio corpo. Essere belle non è sentirsi belle: si è belle senza guardarsi. Ci si sente belle guardandosi e riconoscendosi nell’immagine che si ha davanti. Da queste riflessioni è nato questo monologo sulla bellezza dentro e fuori dal carcere. Fuori dal carcere Quin vive la bellezza come una gabbia dorata un velo che le impedisce di vedersi realmente; dentro è la via per tornare a sentirsi viva e libera. Una storia in due tempi che solo apparentemente sono distinti».

Laura Fatini

 

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