mercoledì 29 luglio
ore 16.30 e ore 19.30 Teatro P. Mascagni
Socìetas Raffello Sanzio
BUCHETTINO
Tratto da Le Petit Poucet di Charles Perrault (1628-1703)
Per adulti e bambini (a partire dai 7 anni d’età)
Regia: Chiara Guidi
Scene e ambientazione sonora: Romeo Castellucci
Adattamento del testo: Claudia Castellucci
Narratrice: Maria Bacci Pasello
Rumori dal vivo: Alessandro De Giovanni, Francesca Pambianco
Regia sonora: Alessio Ruscelli
Cura: Giulia Colla
Produzione: Societas in collaborazione con Teatro Bonci di Cesena

Nella semi-oscurità di una grande camera da letto in legno, la narratrice accoglie gli spettatori. I letti sono piccoli,
reali, con lenzuola e coperte. Ognuno si sdraia nel suo. Quello sarà il suo posto.
Le favole spesso si raccontano prima di dormire, per accompagnare il sonno, ed è proprio quest’atmosfera che viene
ricreata all’interno di questa magica camera da letto. Il sonno è una posizione del corpo e della coscienza del proprio
essere, è quel momento in cui ognuno allenta la presa sulla propria vita, si ritorna alla base della propria presenza. A
letto si sospendono le attività e il corpo assume la posizione dello stare in sé, con sé, per sé.
È a questo punto, in una luce appena visibile che isola e al tempo stesso immette in una condizione comune, che
sorge la voce della narratrice. Al centro della camera, sotto l’unica lampadina, racconta tutte le peripezie di
Buchettino e nel momento stesso in cui le evoca se ne ode la traccia acustica. È quasi buio e l'unica attività percettiva
disponibile è quella dell'orecchio che, in questo modo, potenzia la capacità di cogliere i suoni provenienti dai quattro
lati. Ogni immagine è messa in penombra; le figure vengono allontanate, non c'è quasi niente da vedere, a favore
dell'ascolto e delle immagini interiori.
Nonostante il racconto cominci con “C’era una volta…”, attraverso i rumori ridiventa presente e una tempesta di
suoni avvolge la grande camera da letto, dove ognuno, nel buio, concentra i propri sensi. Le pareti di legno ricordano
la stiva di una nave esposta alla tempesta e nell’ascolto è presente la dialettica tra mondo esterno e interiorità, tra la
statica interna e protetta generata dal mantenere il proprio posto nel letto e la dinamica esterna esposta alla
tempesta di ciò che accade, dei suoni che oltrepassano i confini e fanno immaginare.
Il ritrovarsi insieme a sconosciuti, in una condizione che è fatta d’intimità, determina un unico sentire e lo scorrere
del fiume sonoro immerge tutte le forme dell’emozione nel bagno lustrale dell’infanzia. Infanzia non intesa come
un’età della vita, ma come un sentire e provare la parola sul limite stesso del linguaggio, sulla soglia del non-dire, là
dove la parola degli umani si mescola e si salda con quella degli animali, degli orchi e degli gnomi, là dove è prossima
al peso reale delle cose e all’intimità con un corpo.
La narrazione può brillare solo all’interno delle pareti del corpo dello spettatore. La questione del corpo nel teatro è,
nel suo senso più acuto, da intendersi in una prospettiva rovesciata, che non vede esclusivamente l’attore al centro
dell’ostensione, ma innanzitutto considera l’esperienza dello spettatore come il vero corpo di passione.
